venerdì 17 aprile 2009
sono riuscito a farla arrabbiare (1/2)
Quella del video è un'idea di cui discutiamo da tempo: lei è una narcisa nata, io adoro la pornografia, credo risulti una naturale evoluzione.
Nel video in questione, dovevo legarla e poi farla venire, usando mani e giocattoli. Tutto tranquillo e pacifico, insomma.
Legare, l'ho legata. Non sono un mago del bondage, ma non avevamo in mente nulla di complicato: le mani sopra la testa, bloccate alla spalliera, le gambe aperte, ciascun ginocchio legato alla rete del letto. L'ho bendata e stuzzicata. Tutto pacifico, tutto regolare.
Tranne che, ovviamente, alla fine non ero soddisfatto: mi è scappata, non sono riuscito a darle un orgasmo "bello", profondo, il teasing and denial è scivolato tra le mani in due sincopi accennate, superficiali. Ok, ansia da prestazione e ipercriticità, lo so.
Poi ci coccoliamo e parliamo un po', e lì capisco: capisco di essermi comportato così, di avere spinto per fare il top, perchè avevo bisogno di bdsm, avevo bisogno che fosse lei a comportarsi così, a proporre, a prendere l'iniziativa, ma sapevo - data la combinazione di affetto e coccole che dominano sempre i nostri incontri - che lei non l'avrebbe fatto. Quantomeno, l'impressione che avevo era quella.
"Ma perchè non me l'hai detto chiaro e tondo?" Domanda lecita, non c'è che dire.
Il desiderio di sottomissione sta salendo molto, in me, in questi giorni. È da tempo che non mi lascio davvero andare, che accumulo tensioni, che cresce la voglia di staccare il cervello.
In realtà - giusto per spezzare almeno una lancia dalla mia parte - un po' ne avevamo parlato. Ed infatti, saggiamente, gliel'ho rinfacciato (perchè quando uno ci sa fare, con le donne...)
Le ho rinfacciato di averglielo detto a voce in almeno due occasioni, di averne parlato in chat, di aver pure scritto un post su questo blog.
Lei è scappata alla finestra, a fumare e sbollire.
mercoledì 8 aprile 2009
Essere tenuti in riga
Questa è una dimensione che manca nel mio rapporto con la figlia del fiume, e che sto lentamente cercando di introdurre. Finora le cose hanno un po' faticato a partire perchè, di base, sono regole mie, e quindi ruotano intorno a me: io sono tanto il colpevole che le viola quanto il giudice che nota la trasgressione e la condanna, e lei si trova quasi meccanicamente appioppata la parte del boia ("la parte più eccitante della legge, quella che non protegge").
E lei, lei vuole altri ruoli? Le basta questo? Le piace o è una forzatura?
Francamente, non lo so. Credo non lo sappia neanche lei, è tutto nuovo qui fuori. Vedremo.
Certo è che a volte vorrei essere sgridato, vorrei che le mie colpe mi venissero sbattute in faccia, fatto vergognare, punito e messo in castigo. Il guaio è che dovrebbe essere sincero, non una scena concordata, lei dovrebbe forse anche provare una parte di risentimento, di delusione per il mio comportamento. Ma, di nuovo, questo non può avvenire se sono regole mie, dovrebbe farle sue o impormene di nuove. Lei però è lontanissima dal desiderio di impormi delle regole, in generale viviamo bene nella nostra indipendenza. Ad ora, tutte le strade presentano delle difficoltà. Sono però, come già detto, campi inesplorati. Vedremo.
giovedì 2 aprile 2009
Il pornofago consiglia #4
Il tema della differenza di età non mi tocca particolarmente (per la figlia del fiume invece bisognerebbe fare un discorso a parte :-P ), però in questo estratto compare una dimensione umana, realistica, che negli altri film di solito è del tutto ignorata. Inoltre, più di ciò che si vede, è la tensione per quello che si intuisce ad affascinarmi...
Nigro notanda lapillo
Il calendario segnava giallo, ma diciamo che non l'ho proprio rispettato. Non ho raggiunto l'orgasmo, ma credo di aver passato decisamente troppo tempo davanti al pc, a girare per pornografia.
La sera, un po' perchè ho sentito la figlia del fiume al telefono, un po' perchè mi sono ritrovato in giro con amici, il mio umore è migliorato. Salvo il fatto che ho conosciuto una ragazza, carina e intelligente, che in maniera più o meno palese mi si è accostata e, all'incirca, ha civettato.
Ora, io adoro il corteggiamento, e trovo divertentissimo il flirt. Ed ero un po' sbronzo. Non è successo niente, ovvio, ma non sono stato ultradistaccato.
Il pensiero che mi ha turbato è che, seppur lievemente, l'ho desiderata. A pelle, non credo sia una persona accanto a cui mi piacerebbe stare, parlando di relazioni amorose ha fatto fin troppo capire che vuole qualcosa di "tradizionale", vuole insomma potersi appoggiare all'altro, che è però quello di cui ho bisogno anch'io. Credo quindi di averla desiderata carnalmente.
Di più, ho desiderato presentarla alla figlia del fiume, perchè anche lei potrebbe trovarla piacevole, e perchè una parte di me (banale, stereotipata, solite fantasie maschili ecc ecc) immaginava la scena confusa di tre corpi spogliati su un letto disfatto.
Il pensiero mi ha turbato, perchè è un pensiero nuovo e perchè arriva in un momento peculiare, in cui io e la figlia del fiume ci vediamo meno di quanto vorrei causa reciproci impegni ed in cui non posso dirmi completamente soddisfatto di quello che ho.
Arrivato a casa ho scritto il precedente post, resoconto del weekend, e poi mi sono rimesso a girare per internet, tirando tardi e ottenendo un ottimo risultato: stamattina sono a pezzi.
Il calendario ancora per oggi mi interdice, cercherò di rispettarlo anche perchè non vorrei buttar via un'altra giornata. Ieri è stato, definitivamente, un dies nigro notanda lapillo, e come non mi capitava da tempo mi sento in colpa, e la colpa porta inesorabilmente al desiderio di essere punito.
Meglio, e più sinceramente: di essere ripreso, sgridato, che mi si urli contro, che lei si arrabbi e se la prenda con me. Che si festeggi il cattolicissimo carnevale di confessione, penitenza, perdono.
Però so che lei non è così, che difficilmente si comporterà in questo modo, perchè non è parte del suo carattere. E che se lo facesse, qui e ora, sarebbe forse per seguire i bisogni miei. D'altra parte, non ha senso che mi tenga tutto dentro senza farne parola con nessuno.
un buon non compleanno...
Come incipit, abbiamo festeggiato il compleanno della figlia del fiume onorando la tradizione anglosassone del birthday spanking: un colpo per ogni anno compiuto. Il tutto è stato introdotto dal sottoscritto in maniera un po' infingarda: come prima cosa ho estratto dallo zaino tutti i regali di compleanno che le avevo preparato, allineandoli sul letto, poi, come ultima cosa, ho posato il piccolo paddle (paddlelino per gli amici) che lei tanto odia - essendo lontana dal tipo di percussore che riesce a farsi piacere. C'è stato quindi un attimo, fantastico, in cui mi ha guardato con uno sguardo eloquente, misto tra "stai scherzando, vero?" e "ma io i regali li voglio!".
Posta di fronte alla scelta tra una serie di colpi di media intensità, dati così a freddo, e la stessa serie, ad intensità maggiore ma data dopo riscaldamento, con stimoli sessuali e tutto quanto, la figlia del fiume ha incredibilmente ripiegato sulla prima scelta, ed in men che non si dica si è ritrovata piegata con le mani sul letto, a prenderle su strati sempre più sottili di vestiario, per chiudere con gli ultimi colpi dati sulla sua nuda pelle. Per la cronaca, sugli ultimi due ha preso il calendario e, a partire dal primo gennaio (Maria Santissima madre di Dio), li ha tirati giù uno per uno.
Seguono coccole, baci, carezze e finalmente apertura dei regali. Facile facile.
Mi ha raccontato poi che già durante l'atto meditava di farmela pagare. Ed infatti, due giorni dopo...
Due giorni dopo, tocca a me stare sotto. In mezzo c'è stato il mio solito momento di lamentela: ci vediamo poco, lei è molto impegnata, e io mi sento trascurato. Il fatto è che fare il top mi piace, ma di fare il bottom ho bisogno, e la differenza tra le due prospettive si fa sentire parecchio.
Ed eccomi lì, a culo nudo sulle sue ginocchia. Anzi, su un ginocchio solo, chiuso a tenaglia tra le sue cosce che mi tenevano lì, volente o nolente.
Per la prima parte, tutto tranquillo: si era ripromessa di restituirmeli con gli interessi, e l'ha fatto. Ho preso circa cinquanta colpi, godibili ed in serenità. Era molto che non le prendevo e ne avevo molto bisogno. Arrivati a quella che doveva essere la fine della sessione, però, ero decisamente riluttante a tornare alla "normalità". Cominciavo infatti a rilassarmi, e la combinazione di astinenza pregressa e piacevolezza dell'esperienza tendeva a volermi far stare lì, in posizione. Lei se ne deve essere accorta, perchè mi ha chiesto se ne volevo ancora. Peggio (o meglio): mi ha detto che, se volevo che lei proseguisse, avrei dovuto chiederglielo.
Io ho ancora, in franchezza, qualche problema a chiedere: di base mi vergogno, sento il mio bisogno di sottomissione ancora come qualcosa che va nascosto. A chiedere, chiaro e in faccia, non sono tanto capace. Ma qui è intervenuta lei, ad accompagnarmi, fantastica. Probabilmente non se ne è accorta, ma l'eccitazione fisica, che come al solito era sparita dopo qualche colpo, quando mi sono trovato imbarazzato sulle sue ginocchia a chiedere altri colpi, è tornata al volo.
E sono arrivati altri colpi, questa volta senza contarli, semplicemente godendoceli e staccando il cervello.
Dopo un po' - forse una trentina, forse di più - eccola che si ferma di nuovo, mi fa riprendere fiato, mi accarezza. E mi dice che vuole provare a colpire più forte.
Ora, la forza del colpo non è l'obiettivo, lo sappiamo. Ma in qualche modo è un elemento necessario: se si sente che i colpi sono trattenuti, o dati col timore di eccedere, le cose faticano a filare. Chi sta sopra è misurato, in certa misura insicuro, non si rilassa. E chi sta sotto sente la tensione e non si lascia andare. Almeno, a me capita così.
Lei mi ha detto che aveva intenzione di darmele un po' più forte, e mi ha domandato ancora una volta di chiedere nuovi colpi, di dimostrarle la mia volontà di sottomissione. Cosa che ho fatto, probabilmente arrossento, sicuramente eccitato.
I colpi più forti sono arrivati. In qualche modo il piccolo paddle ha la proprietà di rendere la pelle meno sensibile, percui di ogni botta sentivo l'onda cinetica propagarsi in provondità, tra carne, ossa e tendini, mentre la pelle mi trasmetteva una sensazione di calore diffuso, uniforme e non sgradevole.
Il cervello, una volta tanto, se ne stava quieto. Anzi: finalmente immoto.
Ho giusto registrato, con un angolo della mente, alcuni momenti di pausa tra un colpo e l'altro, in cui lei sembrava raccogliere le forze per una nuova botta, ed il vibrare di tutto il suo corpo per la violenza delle sue stesse sculacciate. In particolare quest'ultimo fatto, il sentire che ci stava mettendo impegno e forza, che non era una cosa finta, mi ha fatto impazzire. Anche adesso, che scrivo, a ripensarci mi ritrovo eccitato. Maledetta ammaliatrice.
Il tutto si è interrotto con me in partenza per l'iperuranio, lei con un leggero fiatone che chiosa "mi rifiuto di infierire oltre sul tuo fondoschiena". Avrei continuato? Certamente. Avrei voluto che continuasse? No, va benissimo così. Voglio che succeda di nuovo? Che domanda scontata...
giovedì 26 marzo 2009
Calde lacrime salate
Per motivi che non sto a svelare, mi trovo in condizione di dover fare un regalo alla mia Dama.Pare così un pensiero naturale assolvere un compito assegnatomi in passato lasciato in qualche modo sospeso, mezzo svolto, che dove l'impegno c'era mancava forse la tecnica.
Il compito, a dirla un po' brutale ma franca, era quello di masturbarmi e venirmi in faccia. Si capisce quindi che le lacrime del titolo non sono quelle canoniche, e che l'occhio non mi lacrima per commozione. Ma andiamo con ordine.
Intanto: provare, ci avevo provato. Un po' per scarsa mira, un po' per carenza di pressione, il bersaglio però era sempre rimasto intatto. Eh, pazienza, diranno i miei giovani lettori. Eh, sticazzi. A lei, un po' importava: magari non è che sia proprio un chiodo fisso, ma un po' ci pensava. Qualche tempo fa si è cimentata anche lei nell'opera constatando, di fronte alla realtà, un problema non tanto di alzo, quanto di tiro.
Volendo però proprio produrmi in quest'evoluzione - chissà poi se apprezzerà il regalo - sono dovuto scendere a patti con la gravità (ovvero: se non puoi combatterla, fattela amica). Ora, non potendomi appendere per le caviglie come Richard Gere in quel famoso film, ho dovuto improvvisare un'inversione de noartri, ovvero tappetino a terra, spalle sul tappetino, bacino appoggiato al bordo del letto, gambe distese sul materasso. Ma sì, come nella posizione yoga della Setubandha Sarvangasana. Ma sì, quella della vignetta di bastardidentro.
Comunque.
Ah, scordavo, prima di cominciare, prendo un'accorgimento da sapientone e lego la base del tutto con un bel nastro di raso, moderatamente stretto, che fa sempre bene, che pure questa era una cosa mezzo buttata lì, mezzo richiesta.
Poi la cosa prosegue senza troppi incidenti. Un colpetto di vibrazioni, tanto per gradire, un assaggino al paio di sandaletti gentilmente lasciati qui (e che ormai odorano più dei miei baci che di lei...), e serenamente la natura fa il suo corso.
A questo punto, data la logistica, al momento clou è davvero difficile sbagliare, e infatti faccio centro. Fin troppo: prendo in pieno il mio occhio destro, che ancora duole e lacrima...
Per la cronaca, non è che sia stato proprio l'orgasmo più travolgente - e copioso - della mia vita, ma ce n'è stato comunque abbastanza per raccogliere petto, una guancia, fronte e capelli, oltre al già nominato bulbo oculare. Se non è amore questo.
martedì 10 marzo 2009
Vulnerabile
Ma un compito è, ovviamente, qualcosa a cui obbedire. Anche se, come è capitato oggi, non sono riuscito ad uscire presto dal lavoro, e quindi mi ritrovo al parco dopo il tramonto, illuminato da una luna grassa e generosa, a muovermi un po' a memoria ed un po' indovinando i sentieri.
Ora, capita che io abbia una fobia.
Nella vita comune non mi turba molto, anche perchè sono poche le occasioni in cui mi viene davvero sbattuta in faccia. Ma c'è.
O meglio: c'è di nuovo. C'era quando ero piccolo, e tremavo davanti al compito quasi quotidiano di andare a prendere le bottiglie d'acqua in cantina, dove stavano più fresche.
C'era durante l'adolescenza, quando acceleravo di colpo i pedali per avvicinare il rientro a casa, la sera.
È poi sparita durante gli anni dell'università, come tante altre cose. E, con esse, è tornata di recente.
A dirla così, mi imbarazza un po'. Ho paura del buio.
Non di tutti i bui. Diciamo solo di quelli davvero spaventosi. Ed in particolare, ho paura di stare da solo, al buio. Le cose, ben visibili in piena luce attorno a me, sono una barriera e fermano almeno un po' i pensieri: la fiumana continua, martellante, di storie, eventi, facce, creature, versi, iniziazioni, cori, misteri, questa cosa che sta lì, sotto lo zerbino della coscienza, che continua a raccontarmi, ad attirarmi, ad ingannarmi e a cercare di portarmi via, questa alluvione si lascia, se non fermare, all'incirca moderare dal senso della vista. Mi guardo intorno, sento i limiti della realtà - li vedo, dannazione, sono lì - e tutto risulta almeno contenibile, almeno sopportabile.
Ma nel buio, ovviamente, avviene il cambiamento.
Il buio è un buco nella realtà, una porta di servizio lasciata aperta ed incustodita, è quello che non ti aspetti ma di cui contempli l'esistenza. Ed è mio, completamente intimo, profondamente viscerale: non ho mai avuto paura, in nessun buio, se c'era con me qualcun altro. Devo essere solo per farlo accadere.
Stasera, appunto, ero solo. Mentre scrivo queste parole, appena rientrato, rifocillato e nutrito, sento ancora alcune parti del corpo indolenzite. Altre formicolano. Il respiro mi sa di zucchero.
Ho avuto paura nel parco.
La paura è un difensore troppo zelante, nato per proteggerci, in un delirio di potenza finisce per essere lui stesso il pericolo da cui guardarsi. Si compone di molte fasi, che influenzano la mente ciascuna secondo il proprio gusto e inclinazione: l'inizio è razionale, perchè la paura meglio di un secco spaccarsi è piuttosto il lento sciogliersi del pensiero controllato, potrei tornare indietro, in fondo sono appena entrato, comunque rischio di farmi male, al diavolo mi prenderò la punizione, va bene, no, dai, proseguire.
C'è poi la fase sensoriale: occhi dilatati, orecchie tesissime, fiuto l'aria alla ricerca del pericolo imminente. È proprio di questo momento l'essere traditi dalle proprie stesse sensazioni: qualcosa di inatteso, che sia una forma, un suono od un tocco, ci fa sobbalzare. Nella penombra lunare sono inciampato in un rametto invisibile, spaventandomi, scalciando, accennando un passo di corsa e dominandomi per guardare indietro: rametto, ovviamente. Proseguire.
Comincia poi la fase allucinatoria: dove non arrivano i sensi, il cervello rabbocca. Le ombre in questo sono adattissime: si muovono, si deformano, si lasciano percepire meglio con la coda dell'occhio che in piena vista. Passo questa fase sereno, intravedendo la sagoma di un pavone che, flessuoso ed elegante, avanza col suo strascico racchiuso e ripiegato. Mi avvicino per guardare meglio e fare amicizia: era un tronco, fermo, scaglioso. Proseguire.
Il mio corpo, capendo che è una causa persa, abbandona ogni remora e comincia a tendersi, arricciarsi, si dinoccola e freme, mi riempio di crampi. Ma è un attimo, un attimo e passa, mi lascia anzi una sensazione di rilassatezza, quasi di pace post orgasmica, devono essere l'adrenalina mescolata alle endorfine, proseguire ancora, non manca molto.
Ed eccolo che arriva, l'ultimo passo, il più temuto: la fase della fantasia.
Immagino.
bestie zanne rospi cani
uccisori topi sangue verruche ferite
ferito ferale sorpreso slabrato smangiato spezzato mordere
morso attaccato fuggire fiato inerme incapace
inadatto vulnerabile
morto
Immagino.
Cosa ci posso fare. Come posso contrastare. Come faccio sempre, come al solito.
Fin da piccolo, mi sono sempre inventato i ricordi. Immagino un cane, che mi attacca. Mi invento di quella volta che affrontai e vinsi un lupo, armato di bastone. Ma qui bastoni non ne ho. Allora lo vinsi a mani nude, afferrandolo al volo mentre mi saltava al collo e spezzandogli la schiena contro lo spigolo di un muro. Ma saranno molti. E io li spaventerò, contrattaccherò quando non se lo aspettano, ucciderò il loro capo, a costo di essere ferito, e dimostrerò che sono forte. Ma non sopporti così tanto il dolore, sverrai, urlerai. Sì, urlerò, ed il dolore mi darà ancora più forza, lascerò andare ciò che ho dentro, diverrò sanguinario e terribile. E se saranno gufi? Gufi? Sì gufi, una marea, uno sciame, trenta, cinquanta, cento gufi, enormi, rapaci, che ti cercano con gli artigli, coi becchi, con la rabbia, per lacerarti, per mangiarti vivo. Se saranno gufi mi rifugerò sotto quell'albero, dove non possono volarmi addosso in picchiata, li stenderò, mulinerò la cintura come un ossesso, sono solo uccelli, sono deboli e fragili, ne ho già affrontati, vincerò.
E se sarà un mostro? Se sarà un mostro infinito, fortissimo, intelligente e crudele, se sarà un mostro innominabile e indescrivibile, inconoscibile ed inconosciuto se non per la sua sete di ucciderti, cosa farai, come lo contrasterai, come ti opporrai alla peggiore di tutte le creature, alla più temuta?
Non si può fare a gara con se stessi. Arrivo ad un albero caricato a gemme, appoggio la schiena e respiro forte, prendendomi quel po' di serenità che riesce a trasmettermi: mi sembra anche lui spaventato, non voglio prosciugarlo. Però è il momento di tornare indietro. Piano, misurando i passi, cercando di non trasformare il ritorno in fuga.
È straordinaria la rapidità con cui il reale si riprende ciò che aveva ceduto all'onirico. Diretto a casa passo davanti ad un bar ed esce un tizio trafelato scoppiando in faccia ad un altro: "inter merda!"
Penso alla difficoltà di comunicare. A quanto facilmente si nascondano le cose, ed a quanto in fondo non si possa mai conoscere l'altro. A quanto ciascuno si porti dietro il suo bagaglio, e mi consolo dicendo che il mio, che mi pare a volte così goffo e pesante, è alla fine esattamente identico a quello di tutti gli altri, che certo non si accorgono di me, ma neanche io di loro. Diciamo che è un pensiero che mi piace pensare, che un po' mi fa sorridere.